Da febbraio sto vivendo una nuova, entusiasmante esperienza: non ho più un lavoro. A tempo indeterminato.
Ho visto spegnersi una luce negli occhi di mia madre (di mio padre no, questo mai) quando le ho detto che mi ero dimessa.
Oggi lasciare un posto fisso a tempo indeterminato sembra un peccato capitale.
Eppure, stranamente, la gente non ritiene altrettanto peccaminoso o pericoloso o infido rimanere ancorati a un lavoro deprimente, sempre uguale a se stesso, privo al 100% di soddisfazione, in mezzo a un contesto che è tutto il contrario di democratico e meritocratico e in mezzo a colleghi che vivono nella loro isoletta e coltivano il proprio orticello innaffiandolo con l’indifferenza mantenendo sempre la stessa faccia da culo.
Disperata?
Depressa?
Mai stata più felice.
Il tempo (che ancora non ho a sufficienza, ma ci sto lavorando) mi consente ora di riflettere sul significato del lavoro nel 2024 d.C. e delle parole “fallimento”, “che peccato”, “ma tu sei pazza”, “e i contributi”, “e la pensione”, “ma potevi resistere”, “e adesso” ecc. ecc.
La condizione lavorativa occupa uno spazio importante – o per meglio dire ingombrante – delle nostre vite.
Se ci presentiamo a qualcuno, ci descriviamo partendo dal lavoro che facciamo.
Ci prendiamo le vacanze e i permessi dal lavoro.
Costruiamo le nostre esistenze in funzione del lavoro.
A volte cambiamo città per lavoro, o partner per lavoro.
E quando non abbiamo più quel BENEDETTO contratto a tempo indeterminato sembra che ci manchi la terra sotto i piedi, e non solo per questioni economiche.
Certo io in azienda, non ho dubbi, ho fallito, ma non mi sento una fallita.
Il participio passato è tombale, scolpito: indica un’azione conclusa.
Se sono in questa bellissima, liberatoria fase della mia vita, mi dico che c’è spazio per cambiare. Per migliorare. Per riprendere la ME di un tempo. Le cose accadono e finiscono, non sempre per colpa nostra.
Il lavoro non fa di me, di voi, persone di successo. Il non avere più un lavoro a tempo indeterminato non fa di me, di voi, persone fallite.
Certo quando mi divertirò un po’ di più con le criptiche procedure del portale INPS per chiedere la NASpi e con il lasciare il CV ad un’agenzia per il lavoro, scriverò una cosa apposita sul delicato tema delle politiche per la disoccupazione, che ormai come tutto in Italia si basano sull’elargizione di un sussidio e sul dover dimostrare di meritarlo. Oltre che su dubbi percorsi di reinserimento lavorativo che non viaggiano come il mondo là fuori.
Ma questo sarà un altro capitolo.


Complimenti per il tuo coraggio e la tua lungimiranza, il mondo del lavoro è grande ed è giusto lasciare i posti aridi per cercare nuovi terreni fertili, dove poter coltivare le proprie competenze e crescere insieme all’azienda e ai colleghi.
Se si rimane nel posto sbagliato, senza stimoli e circondati da persone sterili, si finisce per morire insieme all’azienda, quindi hai fatto benissimo e troverai sicuramente presto un ambiente migliore.
Un grande in bocca al lupo, e continua con fiducia a cercare la Felicità!