Volevo fare la prof?
Ah sì?
Quella mattina era iniziata come tutte le altre: sveglia presto, doppio taxi per accompagnare i ragazzi a scuola, musica, un po’ di pulizie qua e là, lo scoramento tipico di chi non si sente al suo posto.
Un momento … non si sente al suo posto? Ero a casa mia, perdio.
Volevo dire: è al suo posto, è dove dovrebbe stare, ma ci sta con quegli stramaledetti sensi di colpa che ti tormentano perché sei talmente abituata a correre, pianificare, preoccuparti, incazzarti, gettarti nella mischia che avere quello spazio dilatato, libero, tutto per te, per leggere, per curare le piante, mettere a posto gli armadi, uscire a passeggiare con il proprio cane sembra quasi innaturale.
Comunque … arriva una chiamata. Anzi, LA chiamata. Molto mistica come cosa.
“Sì prof tutto a posto, lei è la prima in graduatoria. Si presenti lunedì mattina alle 8.00 a firmare il contratto e a prendere servizio”.
Prof?
A me?
Sta parlando con me?
“Sì ehm … certo, ci sarò”.
Cazzo, solo dopo realizzo la reale portata della mia risposta: avevo dato la mia disponibilità qualche giorno prima ad un interpello. Dicesi interpello la procedura diretta di assunzione da parte dell’istituto comprensivo in mancanza di candidati utili da graduatorie provinciali o graduatorie interne o di istituti viciniori (questo aggettivo latineggiante mi fa morire).
Massì, chi vuoi che mi chiami? Non ce la farò mai, intanto cerco altro, me ne sto tranquilla in Naspi e altre boiate autogiustificanti del genere fluttuano nella mente.
Bene, tutto mi aspettavo tranne che la chiamata alle armi.
Avevano scelto me!
Mi facevano un contratto!
Felicità?
Panico.
Il panico più puro.
Prima caldo.
Poi freddo.
Che classi?
Non lo so.
Che programmi?
Non lo so.
Cosa farò?
Non lo so.
Dopo aver accumulato più non lo so di un filosofo greco antico, mi sono tirata fuori un po’ di materiali e via a leggere come una disperata, dal venerdì al lunedì mattina presto, per avere almeno un po’ di alba.
Risultato: dovevo rimanere per 4 mesi, alla fine mi sono fatta tutto l’anno scolastico, esami compresi in terza. Ne scriverò.
C’è stato il fuoco sacro? L’illuminazione? La realizzazione di un desiderio profondo in termini di servizio e dedizione all’altro e pazienza ed empatia e organizzazione e compagnia cantante?
No.
No.
E no.
Un’esperienza.
Forte.
Fortissima.
Totalizzante.
La vita in classe è faticosa, è una sfida con se stessi ogni giorno, e per me ha avuto la purezza della prima volta.
I ragazzi mi hanno regalato e affidato sorrisi, paure, sogni, confidenze, segreti. Si sono fatti rimproverare, interrogare, lodare, incoraggiare.
Li ho amati.
Mi mancano.
Terribilmente.
Ero terrorizzata da una quantità di cose che poi si sono rivelate piacevoli e “facili”: i colloqui con i genitori, il rapporto con gli studenti più problematici. Quando invece il vero terrore si annidava altrove: nel dirigente. Volutamente scritto minuscolo. Nei colleghi (alcuni, ma tanti). Nella burocrazia asfissiante.
Ne parlerò.
Intanto ai miei figli, e ai miei ragazzi, auguro oggi buon primo giorno di scuola.
Buon incontro con la meraviglia che si cela nel nuovo, in ciò che ispira, che desta stupore, che incanta.
Perché, per salvare se stessi, da che mondo e mondo, una sola cosa funziona: IMPARARE.
Imparare qualcosa di nuovo.


Auguri per il nuovo anno scolastico Prof!