Classici

I classici? Violenti, pessimisti e inutili

Mi capita spesso di leggere post o articoli che mi fanno rabbrividire. Adesso poi che ho ripreso in mano tutta la letteratura italiana sono parecchio suscettibile, lo ammetto.

Pare che ALCUNI non abbiano gradito che Ungaretti sia uscito come traccia nei temi di maturità.
Ungaretti fa male ai ragazzi, li rende depressi, tocca temi troppo difficili, troppo dolorosi per i giovani. Sì perché oggi i ragazzi sono dei poveri e deboli rappresentanti debosciati e inetti di una generazione allo sbaraglio, dedita al cellulare e alle serie TV, vero?

E di cosa parleranno le poesie di Ungaretti? Ungaretti parla dei naufragi dell’anima, del tempo che fugge e delle mutevoli stagioni, parla di ferite che fanno fatica a rimarginarsi, «come si può ch’io regga a tanta notte» scrive, perché siamo uomini, non macchine, e ogni urto ci lascia addosso una cicatrice.
E in un’epoca che ha fatto della «felicità» un mantra, dove conta soltanto lavorare, comprare, consumare, apparire, far sapere, in una simile epoca abbiamo davvero bisogno leggere Ungaretti. Tutti.

A detta di alcuni non bisogna soltanto abolire Ungaretti ma tutta quella noiosa, deprimente «letteratura mortuaria». I libri che parlano della morte non andrebbero letti ai giovani? Ah sì?
E allora questa gente ha mai letto Omero, Shakespeare, Foscolo, Leopardi o Montale?
E dove la mettiamo l’incapacità alla vita dei personaggi di Svevo?
E la frantumazione dell’io di Pirandello?
E Quasimodo?
“Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera”.

Chi tra noi non ha mai avuto a che fare con la morte? Chiunque di noi, in quel momento, non potrà fare a meno di chiedersi, nel 2024 d.C. come nel 3.000 a.C.: «Cosa c’è dopo la morte? Per cosa vale la pena vivere? Per cosa voglio vivere? Cosa ricorderanno di me?»

Queste sono le domande che vale la pena farsi. Domande che nutrono l’anima e agitano i cuori.
Senza cuore, senza anima non c’è vita. Ma forse è questo che vogliono: gente senz’anima, soldatini ubbidienti, automi. Gente mediocre al servizio di aziende e capi mediocri.

Il pessimismo degli scrittori: una categoria di gente da sempre scomoda, perché sono quelli che disturbano, che resistono, che non si arrendono.
Come la ginestra leopardiana.
Come tutti noi.
C’è sofferenza nella vita? Hai voglia.
I grandi della letteratura non mentono, non mentono mai. Non indossano la maschera dei moralisti, non vendono illusioni, accettano la vita così com’è, con tutte le sue difficoltà e i suoi ostacoli, ma restano comunque lì, a creare bellezza in mezzo al deserto, a fare qualcosa di bello anche se nessuno o pochi lo verranno a sapere.

Sono anni ormai che sento parlare di continuo di questa benedetta utilità.
Il latino è inutile.
La storia è inutile.
I classici sono inutili.
La filosofia poi…
La matematica pura.
Il greco non ne parliamo. Non entra neanche in classifica.

Tutto ciò che in qualche è modo connesso al ragionamento e all’astrazione viene giudicato inutile.
La nostra è una società che non vuole domande ma risposte immediate, che vuole lavoratori competenti, tecnici obbedienti, dipendenti fedeli ma non cervelli pensanti.
Perché togliere il ragionamento astratto non significa preparare i ragazzi alla vita, ma condannarli ad essere schiavi dell’economia e del lavoro. Del mondo del lavoro che c’è oggi, intorno a noi. Una merda, insomma.

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