algoritmo Linkedin

Il signor Algoritmo di Linkedin

Il signor Algoritmo di Linkedin: un tipo un po’ rigido che non ama molto il confronto e decide tutto lui, se ne sta in disparte ma sa tutto di tutti, vuole che si parli solo con i contenuti giusti e con i contatti giusti.

𝗠𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶?
Quelli che hanno tanti pollicioni, che hanno visibilità e smuovono le masse? Che tipo sotto ci trovi 62.000 commenti?

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮𝗴𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝘂𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘁 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗶𝗻𝗲𝘃𝗶𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗶 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮 𝘂𝗻 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗻 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀.

Purtroppo, molti di questi post sono costruiti ad hoc. Moltissimi degli influencer su LinkedIn hanno migliaia di reaction ma non rispondono mai ai commenti. E sapete perché?

Uno perché non sono in grado. Il post è copiato, o riporta le opinioni di qualcun altro, o è stato scritto per parlare dell’argomento del giorno senza saperne una pippa.

Due perché se rispondi a tutti, Linkedin ti abbassa il SSI = Social Selling Index.

Non devi rispondere a tutti, devi fare il figo.

Devi tirartela.
Darti un tono, far capire che quando lo fai stai quasi facendo un favore a chi legge. Tipo un Illuminato, per dire. Una top voice. Il più seguito tra i parrucchieri per cani under 40.

Io invece, pensa che burlona povera stracciona, leggo i contenuti che mi interessano e interagisco con chi li scrive a prescindere dai pollicioni e dal seguito di quella persona. Un contenuto mi piace, è stimolante, voglio confrontarmi con l’autore? Gli scrivo.
Anzi, a volte sono proprio i post con poche visualizzazioni a stimolare in me una riflessione autentica.

Anche se lo faccio sempre di meno, perché mi ha stufato quest’aura filosofica che impera sul social. Poca concretezza, troppa voglia di apparire.

 

L”attivismo performativo”, ovvero il fingersi attivista / interessato / esperto per fare notizia senza però fare nulla di concreto per la causa, qualsiasi causa, non mi interessa.

 

Il modello basato sugli “influencer improduttivi” o i manager improduttivi o gli HR improduttivi potrebbe essere giunto alla fine.

 

Beh insomma, volete crescere su Linkedin? Di sicuro non prendete esempio da me!

 

LinkedIn non è Facebook, si sa.

Ultimamente, e sempre di più, il mio feed è pieno di post che poco hanno a che fare con l’ambito professionale.

Tanto che, da utente privata, io Linkedin non lo uso neanche più o quasi. Ha perso la strada.
Tralasciando il trend topic legato al Covid e al “nuovo” presidente della Repubblica e alle elezioni e allo sfascio dei partiti e alla crisi delle istituzioni e alla guerra, ci sono tantissime persone che condividono storie personali, spesso strappalacrime.
Lutti, malattie, percorsi di crescita o di cambiamento di vario genere, foto di animali domestici, discorsi simil motivazionali lunghi 5 km, ecc.

Mi chiedo, e vi chiedo: è giusto pubblicare questi contenuti su LinkedIn?

Più che dare una risposta vorrei fare una riflessione.
LinkedIn è – dovrebbe essere – un network professionale, quello che scrivo è un biglietto da visita per me, i miei colleghi, la mia azienda, i miei clienti, i miei fornitori e anche i miei competitor.

Per questo io su questo social uso una regola molto semplice.

Primo: pubblico il meno possibile.
Secondo: prima di pubblicare mi faccio due domande.
Uno questa cosa la condividerei a voce nell’ambiente di lavoro?
Due ha valenza da un punto di vista professionale per qualcun altro oltre che per me?

L’obiettivo non è avere 100.000 follower, quella è semplice vanità, ma entrare in contatto con le persone giuste. Che capiscono almeno in parte quello che pubblico, spendono qualche minuto per leggerlo e non mi creano il vomito quando leggo i commenti ai miei post o articoli.

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