Non siamo una famiglia performativa

Non siamo una famiglia performativa

A casa mia si guarda tennis.

Sempre.

Giorno e notte.

E si gioca a tennis: mio figlio, mio marito.

Non è una passione, è più … un’ossessione, una cosa che ti avvolge, che ti sommerge, che ti circonda. Che si appropria dei tuoi occhi e delle tue orecchie, contro la tua volontà. Non posso dire di averci fatto l’abitudine, perché io sono una che si scalda facilmente e questa cosa la faccio presente in modo non troppo velato a mio marito. Che però non sente ragioni e continua imperterrito a propinarci tutti i tornei del mondo, da Cincinnati a Ragusa Ibla, da Wimbledon a Canicattì. Facendomi imbestialire. Perché va bene essere malati, ma far ammalare anche le persone intorno a te a cui non frega una beata mazza del tennis, beh, insomma, fate voi.

Comunque il tema non vuole essere questo: era solo una premessa.

Essendo, mio malgrado, così esperta di tennis (esperta è una parola grossa: più, ecco, diciamo, succube), mi ha fatto riflettere l’atteggiamento della famiglia di Jannik Sinner per come la conosco io in TV. Pluricampione, osannatissimo da mio marito, che piange ogni volta che lo vede in azione. Se lo avesse come figlio … ecco, non so.

Comunque: oggi, immersi in un mondo dove tutto è esposto, costruito, fotografato, ripreso, i genitori di Sinner sembrano arrivati da un altro pianeta. Due genitori normali, sempre presenti, che si emozionano per il figlio, che soffrono con il figlio. Non cercano la scena: anzi stanno proprio dietro, sempre un passo indietro. Come dovrebbero fare i genitori. I genitori non devono dimostrare qualcosa, l’amore non deve essere estetico: la presenza, la cura, l’amore non devono essere confusi con la perfezione e con la visibilità.

La famiglia è il luogo dei sacrifici, di mani che lavorano, di conti da far quadrare, di scelte anche impopolari, di sguardi severi e di no detti per educare.

Mi sento abbastanza vicina e simile alla Sinner family: anche noi non siamo una famiglia performativa. 

Mia figlia, quando mi dice che “sono cattiva”, non mi fa alcun torto: anzi, mi fa capire che sto continuando a fare più o meno bene il mio dovere. Più o meno perché nell’adolescenza si sfalda quasi tutto, molte cose sono da ricostruire, da ribadire, da rimodellare. Ma insomma io non mollo la presa: credo di essere una mamma “mamma”, non amica, non confidente, non pappamolle, non mi faccio insultare, non mi faccio comandare, metto i paletti, dico tanti no. E comunque molti meno di quelli che ho ricevuto a mia volta.

Questo fa il genitore, giusto?

I miei figli non sono un’estensione del mio ego.

Li rispetto, loro rispettano me.

Sono autonomi, indipendenti, perché così sono abituati fin da piccoli. La doccia si fa da sola/o, le scarpe si allacciano, lo zaino si porta, si dice buongiorno scusa grazie prego arrivederci. Se non lo si dice la mamma è sempre lì a ricordarlo. SEMPRE. Anche adesso.

I compiti si fanno da soli, il materiale scolastico si controlla da soli.

Sbagli? Rimedi.

Non hai studiato? Sei tu che vai a scuola, non io.

Hai preso un bel voto? Brava/o, ma ricorda che è tuo dovere studiare. Adesso è il tuo lavoro. LA-VO-RO.

Si sorride alle persone.

Si guardano negli occhi mentre ti parlano.

Si ascoltano con attenzione.

Si difendono i deboli. E gli animali.

Sono responsabili, perché … attenzione … l’impegno nella vita porta con sé una conseguenza importantissima: la responsabilità. Che bisogna sapersi prendere.

Sono maturi: quando sbagliano, rimediano da soli.

Non si perdono in chiacchiere inutili.

Sanno riconoscere le cose importanti dalle inezie. Una borraccia rotta è solo una borraccia rotta.

Eh sì, lo confesso: sono fortunata, ma anche no. Mi do una pacca sulla spalla da sola.

Molto orgogliosa di loro, della donna e dell’uomo che stanno diventando. 

Profondamente grata.

Perché portare anche solo un po’ di luce in questi anni difficili … è già tanto. Forse è tutto.

 

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