I computer sono indifferenti all’ambiente circostante. Un laptop funziona sempre nello stesso modo, che si trovi in un ufficio dalle luci fosforescenti o in un bel parco verde pieno di alberi e fiori.
Lo stesso non si può dire del cervello umano. Le performance del cervello sono estremamente sensibili al contesto in cui l’individuo opera.
Quindi è vero che il posto in cui lavoriamo influisce su come lavoriamo!
Durante la pandemia molti di noi sono stati improvvisamente costretti a lavorare e studiare in ambienti diversi dal solito: la propria casa (cucina, studio, camera, angolino improvvisato). E così l’effetto del contesto è finito al centro dell’attenzione.
Nella nostra vita quotidiana sentiamo il bisogno di coltivare uno stabile senso di identità per lavorare in modo efficace.
La fiducia nei propri risultati
Per aiutare le persone a pensare in modo efficace, un ambiente di lavoro non ha bisogno soltanto di segnali di appartenenza, ma anche di segnali di identità. Si tratta di indizi tangibili e messaggi che disponiamo intorno a noi per rafforzare la nostra consapevolezza. Esprimono il nostro entusiasmo, i nostri hobby e i nostri risultati, la nostra creatività o un particolare senso dell’umorismo, o semplicemente ci ricordano i nostri cari. Questi segnali, a volte, hanno l’obiettivo di informare gli altri su chi siamo o su chi vorremo essere, ma spesso sono rivolti a un pubblico più intimo: noi stessi.
Perché abbiamo bisogno di vedere questi promemoria? Il nostro senso di autocoscienza può sembrare stabile e solido, ma in realtà è fluido e dipende dal mondo esterno. Le persone solitamente lo verificano quando viaggiano in un paese straniero, dove un ambiente poco familiare (luoghi, lingua, abitudini, ritmi) può creare un senso piacevole ma sfiancante di disorientamento. Nella nostra vita quotidiana sentiamo il bisogno di coltivare uno stabile senso di identità per lavorare in modo efficace, e gli oggetti personali che posizioniamo attorno a noi ci aiutano a raggiungere questo obiettivo.
I segnali di identità hanno anche un altro scopo. Ognuno di noi non ha soltanto un’identità, ma diverse: lavoratore, studente, fratello, coniuge, genitore, amico. I segnali nell’ambiente in cui ci troviamo evidenziano in modo particolare una di queste identità, con effetti concreti sul nostro comportamento e modo di pensare.
Le persone, quando occupano spazi che considerano di propria appartenenza, si sentono più fiduciose e capaci.
Un altro aspetto del nostro ambiente di lavoro riguarda il senso di possesso. Quando entriamo in uno spazio che sentiamo nostro si verificano una serie di cambiamenti psicologici e persino fisiologici. Questi effetti sono stati studiati per la prima volta nel contesto di studi sul vantaggio casalingo, il fenomeno per cui gli atleti tendono a vincere di più quando si trovano nel proprio stadio o nella propria struttura sportiva. Gli studi mostrano che, quando giocano in casa, le squadre sono più aggressive e i loro componenti (maschi e femmine) manifestano un più alto livello di testosterone, un ormone associato con l’espressione del dominio sociale. Ma il vantaggio casalingo non è limitato agli sport. I ricercatori hanno scoperto che le persone, quando occupano spazi che considerano di propria appartenenza, si sentono più fiduciose e capaci. Inoltre sono più efficienti e produttive, più concentrate, più inclini a perseguire i propri interessi con energia.
Perché il luogo in cui ci troviamo ci aiuta a pensare. I nostri processi mentali e percettivi operano in modo più efficace quando agiamo “in casa”, con una minore necessità di un faticoso autocontrollo e controllo esterno. Si riceve una sorta di assist dalla struttura incorporata nell’ambiente, una struttura che contiene informazioni utili, facilita comportamenti e routine efficaci e limita gli impulsi improduttivi e la mancanza di concentrazione.
L’appartenenza produce controllo.
La portata di questi effetti è rilevante.
Per esempio un ufficio open space abbonda di distrazioni.
È impossibile evitare che il nostro sguardo si posi su un oggetto nuovo o su uno in movimento. I nostri occhi sono attratti in particolare dalle facce, e i nostri cervelli le processano automaticamente anche quando stiamo cercando di concentrarci su una pagina o uno schermo. Inoltre veniamo emotivamente stimolati dalla sensazione di essere osservati. Tutto questo monitoraggio visivo consuma risorse mentali considerevoli, riducendo la potenza cerebrale dedicata al lavoro.
Poi ci sono i suoni e c’è il rumore. Qualsiasi suono può attirare la nostra attenzione (telefono, musica magari alta, risate, notifiche dei cellulari), ma le parole ci distraggono in modo particolare. Il nostro cervello processa il loro significato anche se cerchiamo di non ascoltarle. I discorsi di fondo sono processati dalle stesse regioni cerebrali che dedichiamo a svolgere compiti come l’analisi dei dati o la scrittura di un rapporto o di un testo. Le ricerche dimostrano che questo tipo di rumore può drasticamente peggiorare le nostre performance. La conversazione unilaterale che scaturisce da un collega che parla al telefono è particolarmente deleteria, perché il nostro cervello cerca costantemente di prevedere quando il soggetto farà una pausa e riprenderà il discorso, e cosa dirà.
Fatta tutta questa luuunga premessa, non mi si venga a dire che un posto dove si ride sguaiatamente e si fanno battute e continue allusioni sessuali del cazzo (facendo seguire alle allusioni anche i fatti) e si assiste alla saga eroica delle riunioni commerciali al piano di sotto con tanto di applausi e gong e pulsante rosso alla X Factor e bestemmie e cori da stadio, è un buon posto di lavoro.

