Io la scuola fatta così proprio non me la immaginavo.
Era da tanto che non ci mettevo piede, certo. Sono una persona anziana ormai. Ma vederla stravolta e strangolata in un modo così dirompente, e da dentro i suoi meccanismi di funzionamento … mi ha fatto male.
Il dirigente uno.
“Eh ma sa adesso non ho tempo, sono oberato di cose da fare, non lo vede?”
(clic su cose a caso su due tastiere posizionate dietro a due schermi).
(chiamate a caso alle “veline” della segreteria per comunicare chissà quali segreti dirigenziali).
Che poi sì, i due schermi li ho visti in tutti i contesti lavorativi che volevano far credere chissà che massimi sistemi a fronte del nulla eterno. Vabbè.
“Ma non poteva chiedermi un appuntamento?”
“Ma le porte del mio ufficio sono sempre aperte per voi!”
“Ma io di questo non mi occupo. Se la veda lei con la madre il padre il nonno lo zio il cane ecc, ma comunque sempre disponibile ad accogliere le sue istanze eh?”.
“Eh ma per colpa sua il ragazzo ha chiesto di cambiare sezione. I genitori ce l’hanno a morte con lei, non l’ha capito? Eh sì perché è stata troppo severa, lo ha preso di mira”.
“Ma qui dobbiamo educare, ed essere persone di polso, e io sarò sempre dalla parte dei miei docenti”.
Divisivo.
Ipocrita.
Cagasotto.
Servile.
Mai obiettivo, sempre di parte.
Non la mia.
La contraddizione fatta persona.
Un uomo piccolo, di nome e di fatto. Che non poteva che circondarsi di persone piccole.
La dirigente due
Ultima, freschissima esperienza: la REGINA delle dirigenti con tanto di schiava personale (un travestito), che scrive al suo posto al PC mentre lei si pavoneggia tronfia con i propri preziosi gioielli in vista.
Falsa.
Accentratrice.
Una despota.
Al potere da 9 anni e non molla.
Le vicarie: una così così, accettabile dai; una proprio da denuncia: sempre assente, quando presente SEMPRE al telefono per i cazzi suoi, maleducata, sbroccata e squilibrata, con la bocca storta e gli occhi tirati, la testa che si muove convulsamente, perennemente urlante in classe e in corridoio e minacciante quattro a destra e a manca. Poveri ragazzi. L’ultima, dai: buona, una persona perbene, ma servile al 2.000%, pronta ad abbassarsi sempre alla despota, preoccupata ogni minuto della sua santissima giornata a far andare le cose come vuole la Suprema ingioiellata e cafona, pronta anche ad essere insultata e derisa facendo buon viso a cattivo gioco.
L’assistente “capo” del dirigente uno: un omuncolo occhialuto del tutto incompetente e pronto a scaricare la sua incompetenza sugli altri. Stima pari a zero da parte mia. Attraente come una cagata di piccione sul vetro della macchina. Non vedi l’ora di liberartene al più presto insomma.
La ex collega “Chiamate la neuro per favore”: protagonista di un episodio più unico che raro. L’avevo anche rimosso, ma adesso che lo rileggo negli appunti rivivo tutto il disagio, tutta l’incredulità di quella serata. Una sera d’estate in cui ero stranamente a casa tutta sola a vedere un bellissimo film d’autore sul divano trovato su un canale sconosciuto X, e mi ritrovo questa che mi messaggia a raffica con accuse a caso tirate fuori da chissà dove.
Bloccata su whatsapp e minacciata via mail.
Rimessa al suo posto.
I messaggi li ho tutti comunque.
E ora, lasciando da parte gli sproloqui, proverò ad esprimere seriamente e con un senso logico la mia breve esperienza con la scuola media italiana. Pardon: secondaria di primo grado.
Il collegio dei docenti sembra un’adunata dove si ratifica, per acclamazione popolare, ogni proposta del suddetto o della suddetta. Le decisioni scivolano via senza dibattito, i tempi sono troppo stretti, le obiezioni vengono scoraggiate da occhiatacce ed espressioni di schifo. Chi prova a esprimere dissenso viene guardato come un insetto. Lo spazio per il confronto non c’è, sostituito dal timore di disturbare l’armonia apparente. Così l’organo collegiale per eccellenza si svuota di senso e diventa una semplice formalità burocratica.
Si mette a votazione il corso di formazione sull’importanza dell’uso dei programmi di fotoritocco nella didattica 2.0, il corso di parapendio per “imparare ad imparare” (Dio solo sa cosa significhi imparare ad imparare: il mantra della fuffa contemporanea), il corso di primo e secondo soccorso con lancio dalla finestra e atterraggio morbido in cortile, il corso su come sorridere sempre anche quando avresti voglia di tirare una bella e sonora bestemmia, il corso di pedagogia applicata mutuata dagli studi in Congo sui primati.
Non si spende una parola sulla didattica VERA, sul tempo e le energie che ogni docente dovrebbe dedicare a migliorarsi, preparare le lezioni e i materiali di supporto, approfondire da canali alternativi al libro di testo in dotazione (dove ci sia il libro di testo, perché dall’ultima esperienza manco quello c’era. Ma non doveva apparire come “una colpa della scuola”. Ma vaffanculo).
Agli scrutini finali i docenti si trasformano in illusionisti: mago Silvan o mago Alexander. Devono giustificare promozioni di studenti con gravi e numerose insufficienze. Si invocano “percorsi”, “fragilità”, “potenzialità” future, ma la realtà è che si svuota di senso la valutazione.
Si premia la presenza, non l’apprendimento, e si legittima una scuola che teme il conflitto più di quanto desideri il rigore.
Il lavoro di docente è diventato inutilmente gravoso: la burocratizzazione, le scartoffie, i moduli, le valanghe di progetti, il tempo passato a svolgere attività che un amministrativo farebbe 1.000 volte meglio e più velocemente, la pretesa di trasformare studiosi e ricercatori in capi ufficio ha reso merdoso un lavoro bellissimo. Forse il più bello del mondo.
Nella scuola moderna l’insuccesso scolastico è sempre colpa del docente: non ha motivato, non ha personalizzato, non ha compreso, non ha fatto abbastanza. Lo studente invece è una creatura fragile, da proteggere ad ogni costo, anche dal peso specifico delle proprie responsabilità.
Così, mentre il docente si autoflagella con moduli di autovalutazione, il fallimento educativo viene promosso con lode e trasformato in una “buona pratica inclusiva”.
La mania delle griglie di valutazione, poi, è il sogno di ogni burocrate travestito da educatore. In nome dell’oggettività, si sterilizza e si omologa il giudizio, ci congela il pensiero critico, si annulla la responsabilità del docente, si dichiarano inutili se non dannose la sua soggettività e la sua sensibilità.
Esperienza grigliata, apprendimento grigliato.
Gli insegnanti oggi vivono sotto perenne ricatto. Ogni voto, ogni rimprovero, ogni decisione presa può diventare una vertenza. Alunni pronti con la calcolatrice a contarsi i punti della verifica, genitori pronti a impugnare, avvocati allenati a scrivere diffide lunghe un chilometro, dirigenti pronti a “mediare”, e a farti perdere ore di lezione pur di pararsi il culo in fretta e furia.
La libertà educativa è stata sostituita dal terrore della contestazione.
Così la scuola smette di educare e impara solo a difendersi. E il docente, da guida, è ormai ritenuto colpevole fino a prova contraria.
L’educazione diventata amministrazione.
M-A-I P-I-U’.

