vivere appena

Vivere appena

Che cosa sta succedendo dal 2020 ad oggi? Come spiegarlo … è che come umani capaci di vivere in pandemia non lo facciamo più.

Anche i sani, anche i giovani, anche i felici. 

Non viaggiamo, restiamo a casa, lavoriamo e basta (e già questa è una bella fortuna, visto e considerato il quadro economico intorno a noi), non ci tocchiamo, non ci occupiamo dei nostri corpi o solo marginalmente, conserviamo pochissime amicizie e al massimo una relazione – una è anche troppa, adesso -.

 

Da tempo riserviamo al solo ambiente strettamente famigliare gesti come abbracciarsi, accarezzarsi, lasciarsi guardare negli occhi da vicino, dividere il pane, mangiare dal piatto del vicino, sedersi a pochi centimetri di distanza senza igienizzare immediatamente la sedia e il tavolo con lo spruzzino.

Disponiamo di artisti di bravura sovrannaturale capaci di generare emozione e bellezza e lacrime, ma non li incontriamo più; possediamo città fantastiche e bellissime opere d’arte ma non le andiamo a vedere, non più, e musica raffinatissima dal vivo che non andiamo più ad ascoltare, e cinema e teatri e alberghi e palestre e ristoranti e bar.

Non mandiamo più i figli a scuola, e neanche a fare sport, feste, gite. Non usciamo dopo il tramonto, quando è festa ci chiudiamo in casa.

 

Stiamo dimenticando, a furia di non farli, gesti che ritenevamo importanti, o quanto meno portatori di grazia: applaudire, urlare, programmare un viaggio lontano e andare effettivamente lontano, insegnare girando tra i banchi, toccando quelle sante manine e testoline; limonare con qualcuno per la prima volta; andare dai nonni, normalmente, in tanti; organizzare cene con minimo 10-15 persone; suonare uno strumento con un pubblico davanti; cantare nel coro; andare a trovare le nonne bis e le zie bis in casa di riposo; discutere con gente di cui puoi sentire l’odore dell’imbarazzo e della tensione, di cui puoi leggere negli occhi se mente o è sincero; ballare; fare una valigia; andare a sposarsi accompagnati da tutti quelli che ti vogliono bene; partecipare a battesimi – comunioni – cresime – funerali; giocare a bowling, a tennis, a calcio; scambiarsi il segno della pace a messa (adesso ci si scambia uno sguardo di pace); uscire di casa senza mascherina e senza certificazione e senza andare per forza al lavoro o a fare la spesa.

Camminare in montagna.

Assistere qualcuno che muore.

Stare vicino a qualcuno che è rimasto vedovo, orfano, solo.

 

Sistematicamente, e con grande determinazione, predichiamo e pratichiamo la solitudine, la scegliamo e la imponiamo, come valore supremo: lo facciamo anche con coloro a cui non era destinata affatto, come i bambini, i ragazzi, i malati, le persone felici.

 

Completiamo questa grandiosa ritirata dal vivere con un uso massiccio e ipnotico di oggetti, cioè smartphone, computer e tablet, che ora risultano utili a “fare cose indispensabili” e riassumere la vita in un ambiente remoto e quindi sicuro.

 

Per riassumere: vivere appena. Questo facciamo.

 

Ufficialmente è una decisione lucida, razionale, motivata. Sorpresi da una pandemia, rinunciamo a vivere per non morire. Ma non è così semplice. Non per tutti.

E il senso della vita dove lo mettiamo, di fronte a questo compito inevitabile e giusto?

 

Soffriamo ubbidendo, ognuno a modo proprio, in ordine sparso, ormai logorati, sempre meno lucidi, sempre più provati.

 

Davvero chiudere le scuole è inevitabile mentre le aziende restano aperte, ancora rigorosamente senza vaccino? Sì, se l’educazione sembra meno essenziale che la produzione del reddito.

Allora è vero, non c’è alternativa, devi chiudere.

 

Scusate: troppe domande, zero risposte. Ancora oggi, a più di un anno dall’inizio del casino.

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