Oggi i social permettono a tutti di comunicare e promuoversi a un pubblico (si spera selezionato, ma già questa è una chimera) con costi e budget modesti e accessibili.
Il digitale infatti fornisce visibilità ad un costo accettabile, e comunque impensabile fino a poco tempo fa: si pensi ai costi su quotidiani, riviste specializzate, radio, TV, e anche al solo sviluppo di fotografie e video!
Oggi un normale smartphone fa quasi tutto, chiunque scrive: dal dirigente all’impiegato al direttore.
E i social fanno il resto: uno si promuove a prescindere, prima di pensare a quello che sta facendo. I costi accessibili, la frenesia di arrivare prima dei concorrenti, la cattiva – o nulla – analisi di quello che è utile porta le aziende a “comunicare per comunicare”, quasi sempre senza strategie e ragionamenti a monte.
Si inseguono stupidamente quantità dei post, reazioni o commenti prima di stimare l’effettiva capacità di generare la comprensione del messaggio, il suo inserirsi in un contesto coerente e in un piano editoriale ponderato.
Tutti scrivono, tutti pubblicano, e sembra più una competizione a chi la spara più grossa o a chi urla più forte.
La storia e il buon senso insegnano che, in mezzo al rumore, vince chi abbassa la voce e inizia a lavorare sui bisogni delle persone, delle persone che ci si è costruiti come pubblico, su un rapporto sincero e corretto, sulla coerenza dei comportamenti e sulla qualità della comunicazione. Non banale, non urlata, non fatta di piatte frasi fatte.
Chi si prende cura del proprio cliente è destinato a conversare realmente con il suo pubblico; chi urla, sbraita e fa solo vedere quanto ce l’ha grosso parla più a se stesso e ai suoi fidi discepoli (leggasi meschini leccaculo), autocelebrandosi a go go.

