A lui potrei dire tante cose, ma una in particolare, scolpita proprio nella pietra. Ed è
GRAZIE
Grazie per i consigli: era uno dei massimi esperti di piante. Una cosa che aveva proprio nel DNA fin da piccolo, lui nato durante la guerra, con niente in casa e niente in prospettiva. Aveva interiorizzato quando piantare, quanto bagnare, che tipo di frutti aspettarsi da quell’albero, come potare.
Caratteristiche di foglie e radici e frutti e stagioni.
Una sapienza antica ormai dimenticata, una cura preziosa e paziente, la stessa che metteva nel coltivare le sue vigne, nel fare il vino in cantina e nel gestire la sua famiglia.
Poche parole, sempre misurate, un pudore gentile quando doveva per forza parlare, e un’ironia sottile, intelligente. Quell’intelligenza di chi le cose le sa fare, di chi ha messo le mani in pasta per tanti anni e conosce bene la sostanza.
Grazie per le battute argute, che resteranno indelebili nella mia mente: quando è venuto alla mia laurea e doveva per forza dirlo – dove fosse stato, tutto il giorno – a un amico o a un parente, non lo so, che aveva chiamato al telefono fisso di casa (ah per inciso lui non rispondeva mai, troppe parole da dire tutte insieme, ma quella volta fu proprio costretto, e io c’ero a testimoniare!), si è inventato, così su due piedi “Massì sono stato alla laurea … di una … mia amica”. Molto meglio amica che nuora o fidanzata del figlio. Più intimo. Più corto. Più immediato.
O come quando definì “cabrio” l’auto del figlio appena decappottata sul fossato vicino a casa quando il mio all’epoca (e per una lunga epoca) morosetto doveva andare in stazione a prendere il treno per recarsi all’università a sostenere un esame, ma un colpo di sonno lo colse all’improvviso a pochi metri da casa, si inclinò sul fosso con l’auto e un albero messo lì apposta si portò via la cappotta. Illeso, in fretta e furia il giovane uomo lasciò l’auto, prese il motorino, andò in stazione, prese il treno e sostenne l’esame; intanto la suddetta auto fu recuperata dal papà col trattore ed esposta in bella mostra cosicché tutti la vedessero. Era periodo di vendemmia, settembre, e la casa pullulava di gente.
Grazie per l’autorevolezza vestita di un sorriso sornione. Eh sì perché sapeva farsi rispettare.
Per il pragmatismo, il pacifismo estremo nel senso proprio che professava la pace e l’armonia, maneggiava toni sommessi e ragionati. E non giudicava mai.
Tante altre cose potrei ricordare: la passione (e la bravura) nel gioco della briscola.
Gli aperitivi mooolto laici a fine messa.
L’amato trattore sempre in moto. Anche con qualche incidente qua e là.
La sedia occupata sempre immancabilmente cascasse il mondo a capo tavola.
L’appetito genuino e sincero, sano, quello di campagna. Quello di una volta.
L’attaccamento ai nipoti: un nonno più complice e giocoso che severo, ma anche tanto orgoglioso. Glielo si leggeva nel sorriso, negli occhi blu oceano buoni, pacati, calmi.
Il rispetto per i suoi avi.
Il commuoversi ogni volta per piccole cose.
Il modo di chiamare “Ana!”, rigorosamente con una enne.
L’amore per le bretelle, che portava sempre sempre sempre nei suoi vestiti eleganti della domenica, ma anche in vigna e in cantina per lavorare. Un suo marchio di fabbrica. Bretelle, non cintura.
No, non è stata fortuna.
Almeno, non solo.
Se i suoi figli sono come sono, è perché c’è stato (anche) lui. Che ha offerto stabilità e sicurezza.
Con il suo esempio, con il suo mettersi da parte, con le sue battaglie silenziose.
Guardando quello che ha lasciato, comprese le sue adorate vigne, vedrà, spero, che ne è valsa la pena.
Oggi, 14 novembre, è passato un anno.
Sembra solo ieri.

