“Questa è la storia di un’amicizia. O meglio, della fine di un’amicizia.
Quando ho conosciuto Linkedin circa 6 anni fa, lo consideravo un amico pieno di cose da dire, il tipo che attorno ad un tavolo sfodera sempre l’argomento interessante.
Quello che ti fa riflettere, che conosce tante persone interessanti e fa sì che le conosca pure tu.
Il brillante del gruppo, il ragazzo in carriera sempre aggiornato sulle novità professionali: l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, i nuovi valori del mondo del lavoro, l’attenzione all’equilibrio tra vita privata e vita lavorativa.
Riuniva attorno a sé persone altrettanto brillanti che affrontavano i vari argomenti con entusiasmo, vivacità, originalità.
Persone che dibattevano, discutevano, si arricchivano di nuove idee tramite il confronto.
Trascorrevamo tanto tempo insieme.
Ogni volta che lo incontravo avevo la necessità di raccontargli qualcosa di nuovo, un nuovo pensiero. Era sfidante. La parola più esatta è MOTIVANTE.
Quando ho avuto bisogno di una svolta nella mia vita, mi ha aiutata a cambiare lavoro. Nella nuova azienda avrei avuto bisogno più che mai di lui. Avevo bisogno della sua rete di contatti, delle sue conoscenze. Avevo bisogno delle informazioni in suo possesso: lui sapeva tutto dei suoi amici, dove lavoravano, quali erano le loro aspirazioni.
Poi la pandemia, il lockdown, andrà tutto bene, la nuova normalità, la resilienza, lo smart working. La disoccupazione, il nuovo modo di lavorare. Linkedin ha affrontato tutto questo. Ha accolto gli urli di disappunto, di rabbia, di speranza e di disperazione. Le persone hanno fatto, come si dice in gergo tecnico, “network” per riuscire a riemergere dopo il caos.
Non so dire con esattezza quando il nostro reciproco interesse sia iniziato a cadere, a sbiadirsi, a perdersi. Penso poco dopo questo periodo.
Abbiamo iniziato a frequentarci meno, non avevo più molto da dirgli.
Ho iniziato a notare che piano piano i punti di vista si omologavano, i suoi amici dicevano sempre le stesse cose. Sono apparsi argomenti come gattini, storie incredibili dette e ridette, giochi a quiz della serie “se vedi un elefante in questa immagine dimmi che ti piace ciò che sto dicendo”.
Ed è qui che è successo. Sono apparsi loro, quelli che io considero il male assoluto. I Mangiamorte. I Sauron. I Lord Farquaad del mondo moderno: I GURU.
Linkedin si è fatto ammaliare, intrappolare, affascinare. Piano piano li ha accolti sempre di più dentro la sua rete dandogli una visibilità inspiegabile. Improvvisamente sono emersi personaggi gonfi di sé stessi come otri nei giorni di festa, ego riferiti ed impazienti di raccontare a tutti il loro (finto) successo spacciandosi per salvatori della patria.
Sono apparsi slogan degni delle migliori campagne pubblicitarie anni ’80: “il vero uomo e venditore di successo”, “seguimi e ti insegnerò ad avere successo in 5 minuti”. E, come se non bastasse, un fiume in piena di banalità incredibili condite da inglesisimi inutili e discorsi da finti perbenisti della domenica: le persone hanno bisogno di motivation, i datori di lavoro sono tutti sfruttatori, il leader è un capitano tenente colonnello che fa training per aumentare la retention e la motivation. Frasi di luminari della storia usate come accompagnamento a discorsi da bar: Steve Jobs, Martin Luther King…calpestati, masticati e risputati per avere approvazione. Si parla di passion, di work life balance, di fare la differenza, ma la motivazione dietro a tutto questo non è più il confronto: è semplicemente sentirsi dire che si è bravi, i più bravi.
Nella realtà dei fatti si sgonfia tutto. Rimane il vuoto. Il libro non combacia più con la copertina.
E Linkedin? Dov’è in tutto questo? Cosa ha fatto?
Il mio amico, o meglio ormai ex amico, è salito su questa barca fieramente. Ha intravisto il proprio tornaconto personale. Ha preteso sempre di più laute ricompense per far sì che la tua voce risuonasse più alta, più forte.
Vuoi farti sentire? Pagami. Vuoi sapere di più sui miei amici? Ecco il mio iban. Vuoi avere più informazioni? Questa è la fattura. Vuoi far sentire la tua opinione? Pagami ancora di più.
Perché se prima Linkedin era un amico economicamente caro ma tutto sommato “giusto”, ora no. Ora è la guerra al rialzo.
Per non parlare del comportamento: tra malfunzionamenti e disattenzioni varie, è come se fosse in un perenne hungover.
Quindi Linkedin, non posso che nascondere la mia disillusione, la mia nausea ogni volta che provo a ristabilire i nostri rapporti. Vengo a farti visita ogni tanto, ma soltanto per confermare il mio pensiero: non siamo più in linea. Non ho più niente da dirti.
Hai valutato opportuno puntare i riflettori su chi si pavoneggia come i migliori volatili dello zoo, su chi non fa altro che auto – riferirsi e raccontare quanto sono belli, grandi, forti, i migliori. Il management degli invincibili, il team di chi non si ferma mai, dove le debolezze non sono permesse.
Guardo i tuoi cari amici, i guri e compagnia bella, con lo stesso sguardo con il quale ti guarda una madre quando sa che stai dicendo l’ennesima bugia: so benissimo che tutto questo è una grandissima stronzata (pardon), perché ho conosciuto la realtà, ma ti lascio continuare a raccontare la tua versione.
La nostra amicizia portava dei benefici ad entrambi, ora i benefici sono solo tuoi.
Quindi au revoir, ma belle. Ti saluto così, con l’augurio che tu possa trarne il maggior guadagno da tutto questo.
Hai deciso di farti sfruttare senza badare alla morale. Come le migliori meretrici sul mercato”.
Insomma, Linkedin è scivolato su una buccia di banana.
Da una collega, di cui ho grande rispetto professionale.

