Maternità

Maternità da vendicare

Tutelata sulla carta. Odiata in azienda. E adeguatamente da vendicare. Maternità da vendicare. 

Una condizione magica, che ti fa sentire la persona più potente del mondo, dotata di poteri cosmici, capace di creare la cosa più meravigliosa che tu abbia mai visto sulla faccia della terra.

Quello che ho pensato più di frequente dopo aver avuto i miei bimbi è stata: ma adesso … me li porto a casa? Stanno con me? Non è che dall’ospedale verranno a reclamarli? Non è che qualcuno dirà: ridacceli, non sono tuoi?

Lo dico a mio rischio e pericolo, a rischio di sembrare una squilibrata. Ma sono d’accordo di aprirvi il mio cuore al 100%, giusto?

Comunque tranquilli: è una magia che scema ben presto al ritorno al lavoro. Andiamo con ordine.

Vengo assunta nel 2003. Ho 28 anni. Una laurea, un master, un lavoro precario lasciato in centro a Venezia, stupendamente precario, nell’ambito museale e culturale, per un tempo indeterminato più sicuro vicino a casa.

Fino a fine 2009 lavoro a tempo pieno. Inquadriamo un po’ l’ambito geografico: Veneto.

Al rientro dalla mia prima maternità, mi viene imposto il part-time. Io sarei rientrata a tempo pieno con una figlia, ho la fortuna di avere le due nonne in salute e vicine a casa, ma il titolare mi fa capire che il momento del mercato non è dei migliori. Io vorrei fare le 6 ore, lui spinge per le 4; alla fine decide per 4,5 ore al giorno. Mi adeguo. Dopo 7 anni di full-time.

Le cose si fanno più gravi al rientro dalla seconda maternità. E’ il 2012. La titolare sorella mi dice tassativamente di NON prendere la maternità facoltativa, perché ha bisogno di me; quindi mi fa fare due mesi di ferie per azzerarle.

Io rientro esattamente il giorno del compimento del 5° mese del mio piccolo, a 3,5 ore al giorno.

Quel giorno c’è un evento in azienda con i clienti e una sommelier-giornalista nota a livello nazionale. Vengo chiamata per fare da autista a lei, che conosco bene e con cui ho un rapporto di consolidata amicizia. Da responsabile ufficio stampa ad autista il passo è breve…

Poi naturalmente non vengo invitata a pranzo “perché devo allattare”. Testuali parole del cotale marito della titolare sorella. Ricordo ancora il senso di svuotamento dopo questa affermazione. I seni alternativamente gonfi e doloranti. Mi ricordo com’ero vestita. Le scarpe con il tacco che di solito non porto mai, e che di certo non mettevo da mesi.

Di tutta la parte organizzativa si occupa la mia “sostituta”, assunta NON come vorrebbe il buon senso con contratto di sostituzione maternità, ma a tempo indeterminato. Mi viene presentata quel giorno.

Se vi sembra già abbastanza, non avete ancora letto niente. Alla prossima puntata l’episodio più succulento, quello che ancora mi sogno di notte.

 

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