E’ ancora lunghissima la strada per ridurre il gender gap. O chiuderlo ed eliminarlo del tutto.
E’ una strada che comincia da lontano. Ossia da piccoli.
Da semplici ma importantissimi gesti educativi: io da mamma – anche – di un maschio ho insegnato a preparare e spreparare la tavola, sistemare i giocattoli, ordinare la cameretta, spolverare.
Ha 8 anni, non pretendo più di questo.
Gesti banalissimi, che però restano. Indelebili.
Fino a pochi anni fa una mamma stava a casa, o al massimo faceva la maestra, o la professoressa, o l’infermiera, per avere abbastanza tempo da dedicare ai figli e alla casa. E al sacro marito, o compagno, con le sue sacre esigenze e necessità e richieste e pretese.
Oggi ci sono scienziate, piloti, medici, avvocati, giudici, notai, professioniste di tutti i tipi.
Oggi che in genere non abbiamo più problemi (ma davvero non ce ne sono???) su chi debba cucinare, rassettare, fare la spesa, lavare, stirare, cucire, controllare i compiti, accompagnare la prole a destra e a manca, pagare il mutuo e le bollette, ne abbiamo altri, più subdoli e più difficili da scardinare. Si chiamano cariche e qualifiche, posti di lavoro persi, stipendi non in linea, scuole chiuse (ancora!!!)
Un 8 marzo ancora troppo amaro.
Anche se le donne incarnano forza e organizzazione mentale, i più se lo dimenticano ancora. Nell’arroganza, nella violenza, nella supponenza. E nel silenzio.
Tanto noi donne, in un modo o nell’altro, ce la facciamo sempre. Cosa abbiamo poi dentro, a chi interessa davvero?
Se un modello sociale vuole diventare grande, tanto più deve essere capace di offrire alle donne un sostegno per le loro aspirazioni e progettualità.
Invece abbiamo ancora una generazione di padri distratti. E la paternità è parte integrante, se non essenziale, della questione femminile.
Certo, il tempo passato in casa ha avviato forme di collaborazione e avvicinato gli uomini al focolare. Ma non abbastanza. Non ancora.
Ci ho pensato questa settimana, in cui mi sono trovata immersa come ogni anno in un fiume di melassa retorica color giallo mimosa. Una prosa furba, da prestigiatore scaltro, che si crede efficace ma serve solo ad alimentare buoni sconto nei negozi e coupon negli e-commerce.
L’alto tasso di emotività della scrittura pubblicitaria e commerciale non mi ammalia.
Si potrebbe invece giocare, scrivere e inventare in maniera seria, anzi serissima. E fare buona politica extra Covid.

