donne e soldi

Chiedere l’aumento e parlare di soldi è un tabù se sei donna

Aiutato da una certa letteratura, a cui si sono aggiunte anche cinematografia e serie tv, il concetto della donna con i soldi e dunque cattiva, frustrata, arrogante, arrivista, anche un po’ troppo disponibile (= troia), è arrivato fino a noi.

Lo vediamo sul piccolo e sul grande schermo da decenni, ancora intatto. Non è un caso che la rappresentazione delle donne al comando ricalchi uno stereotipo ben consolidato. Che, guarda caso, non è uguale allo stereotipo dell’uomo di potere: sicuro di sé, apprezzato, autorevole, seducente.

La chiave per comprendere questa differenziazione sta in una parola: soldi. Una cosa da uomini, che nella narrazione comune (sociale ma anche individuale) è quasi ovvia, nonché meritata. Far carriera, ottenere promozioni e dunque rimpolpare lo stipendio è prerogativa maschile. Le donne con i soldi e dunque in una posizione di superiorità sono un’anomalia del sistema che può essere raccontata anche con termini sgradevoli.

Basta guardare nella quotidianità di molte famiglie o nella vita professionale e privata di tante donne che ancora oggi hanno difficoltà a chiedere aumenti di stipendio, pretendere ciò che spetta, affermarsi economicamente dentro e fuori le mura domestiche.

Perché le donne fanno fatica a chiedere soldi e promozioni.

Non è solo privato e personale il motivo che, spesso, porta molte donne a respingere l’idea di chiedere più soldi e di ottenere promozioni e avanzamenti di carriera. È la storia a dirci perché: i soldi, in quanto fonte di indipendenza e autonomia, sono sempre stati sbagliati a prescindere, e per decenni la legge ha impedito alle donne di compiere azioni finanziarie senza il benestare del marito (o del padre o del fratello o di un tutore: insomma, di chi aveva il potere – per legge – di controllarla). Per cui facile comprendere come il rapporto tra soldi e donne sia sempre stato corrotto da tabù e limiti sociali e psicologici.

Il percepito – frutto anche di una interpretazione estrema dei dettami della cultura cristiana su cui l’Italia si fonda, ancora di stampo patriarcale – è che una donna con i soldi “chissà come li ha ottenuti”, mentre un uomo con i soldi è tendenzialmente “una persona che si è fatta da sé”. Uno bravo. O almeno uno furbo.

Due concetti che, purtroppo, abbiamo interiorizzato. Non aiuta il fatto che parlare di soldi venga ritenuto poco educato, addirittura indelicato. Se a farlo è una donna, la sensazione di ascoltare un argomento che non dovrebbe proprio essere discusso ad alta voce si acuisce. I soldi sono panni sporchi da lavare in famiglia, soprattutto se di quella famiglia si è la controparte femminile.

I soldi sono invece la chiave di autonomia, indipendenza, auto-affermazione. La violenza finanziaria di cui molte donne sono vittime più o meno consapevoli capovolge queste priorità, cementificando il concetto che fare soldi attraverso il duro lavoro sia sbagliato. Soprattutto se sei donna.

Su cosa si fonda il tabù dei soldi

I soldi sono un costrutto prettamente maschile, filtrato da millenni di istituzioni patriarcali, ideato a immagine e somiglianza di una società di uomini. E universalmente le donne associano al possedere denaro sentimenti ambivalenti, in cui prevalgono solitudine e preoccupazione, non orgoglio, autostima.

Sebbene sia tra i 5 obiettivi dell’ONU da raggiungere entro il 2030, la parità di genere è ancora tanto, troppo lontana dal raggiungere livelli accettabili, e gli ultimi report aggiornati alla situazione pandemica lo confermano.

Non parliamo poi del costo (io lo so bene, tutte noi lo sappiamo bene) che una donna deve pagare quando decide di diventare madre. A cui si collega anche il peso psicologico che solo una donna deve sopportare quando le vengono rivolte domande sulla sua vita privata, sul numero di figli che ha in programma di fare e su come pensa di destreggiarsi con il loro accudimento in relazione al lavoro.

I numeri delle donne uccise da uomini aumentano ogni giorno di più.  E il linguaggio mediatico usato per descrivere questi efferati omicidi non fa altro che perpetrare lo stereotipo della “vittima che se l’è cercata”.

Infine, il grande scoglio del denaro e della capacità (che nasce da un’intenzione) di negoziazione di promozioni e aumenti.

I soldi non sono un peccato. Dunque, parliamone

I limiti sulle negoziazioni nonché i tabù sui soldi non sono solo problemi femminili, ovviamente. Generalizzare, come sempre, non aiuta la causa e non inquadra al meglio la questione.

Però rimane innegabile che le discriminazioni sul lavoro e le violenze di genere siano storicamente un peso delle donne. Fare soldi lavorando e avanzando con la carriera non è peccato e non è un crimine.

Il denaro è uno strumento che non ci definisce come persone ma delinea i contorni del nostro ruolo nella società, nelle comunità in cui viviamo, nella famiglia che creiamo e nel contesto economico.

 

25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle donne.

Il rischio di iniziative come quelle della giornata di oggi è quello di porre al centro del dibattito esclusivamente le forme più eclatanti di violenza, allontanando così la possibilità di una maggiore consapevolezza sulle diverse modalità che la violenza di genere può assumere. Tutte le forme di violenza ai danni delle donne hanno una radice comune: il sessismo. Parlare di violenza sulle donne implica una comprensione profonda, o almeno onesta, dei diversi livelli sui quali le disuguaglianze di potere tra uomini e donne agiscono. Inoltre è necessario osservare il fenomeno da più punti di vista: incolumità fisica, psicologica e sociale, con le infinite intensità e combinazioni possibili. 

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