Lavoro

I lavori che ho fatto nella mia vita

Mentre lo scrivo mi vengono ancora le farfalle nello stomaco, mi fa strano. Il posto, anzi i posti in cui stavo nei lavori che ho fatto nella mia vita li ho sempre considerati casa mia, anche se una casa di cui non avevo le chiavi.

 

Ho conosciuto tanti amici, tanti colleghi, tanti giornalisti bravissimi e professionisti a cui ho cercato di rubare qualcosa.

 

Ho sempre lavorato. Anche quando studiavo. Dalle stagioni d’estate alle superiori (prima baby-sitter a 16 anni, poi commessa in un negozio di frutta e verdura, poi ripetizioni di sera) fino alla borsa di studio ottenuta tutti gli anni all’università, grazie alla quale mi sono pagata il master, la bici, i viaggi archeologici, un po’ di sfizi.

 

Ho iniziato a lavorare a 16 anni con la promessa che un giorno i miei genitori sarebbero stati fieri di me. E perché, con altri due figli più piccoli, più di così non si poteva.

 

Per questo senso di rispetto e abnegazione ho rinunciato alla scuola di specializzazione e al dottorato di ricerca. Dove mi reclamavano.

Se avessi spremuto tutta me stessa per raggiungere quell’obiettivo … e avessi insistito un po’… o almeno avessi chiesto ai miei (no, in verità non l’ho mai fatto) adesso le cose starebbero diversamente. Tornassi indietro non me lo farei ripetere due volte.

La vita è stata un’altra. Bellissima e appagante comunque. Oggi devo ringraziare le persone che hanno creduto in me, che mi hanno consentito di lavorare in libertà, confortata sempre dal loro appoggio. Ho lavorato nella comunicazione d’impresa: perché la logica e la razionalità conducono a collocare al centro della vita dell’impresa la sua capacità di comunicare, di porsi in relazione in termini globali con tutti i possibili pubblici.

 

Qualsiasi impresa, anche la più piccola, di nicchia, si confronta con un’opinione pubblica e il confronto parte dal capire i valori che le appartengono e che alimentano la capacità di giudicarla.

 

I lavori che ho prodotto mi sono tornati utili ogni volta nell’approccio con i nuovi datori di lavoro. Essere valutata per quello che ho fatto e non per appartenenze o parentele (che tra l’altro non ho nemmeno alla lontana) o peggio ancora per rapporti di letto è stata la soddisfazione più grande della mia vita.

Considero il raccontare non un esercizio di stile, ma la chiave per entrare nelle storie delle persone, dare le risposte alle domande che premono, offrire una rappresentanza ai bisogni di chi non ha altri santi a cui votarsi.

 

Aprire scatole, far soffiare venti, far vedere orizzonti.

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