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Ma che lavoro fai? In Linkedin spopola la vanità

Uso Linkedin ormai quotidianamente, e mi capita sempre più spesso di imbattermi in tante di quelle fregnacce nelle informazioni del profilo … descrizioni davvero improbabili. La fiera delle vanità.

Al grido di “ma che lavoro fai?” mi potete spiegare chi è e che cosa fa:

un business celebrity builder?

un customer success specialist?

un peak performance coach?

un Tech Entrepreneur? 

un Emotional Intelligence Manager? 

un Imprenditore Seriale? 

Cioè tipo killer?

O serale, nel senso che ha preso lezioni di sera?

Il più seguito su Linkedin in Italia under 30 o 40 o 50? 

Esempi reali eh, presi dalle rete. Della serie: la realtà supera abbondantemente la fantasia.

 

Molte poi sono le cosiddette “buzzwords”, cioè parole che usano tutti, tanto inflazionate da comparire nella top ten dei termini più ricorrenti nei milioni di profili Linkedin nel mondo. Diffuse, banali e scontate, non permettono a chi le usa di distinguersi e a chi legge di farsi un’idea accurata della persona che descrivono.

In Italia uno dei termini più ricorrenti è “specializzato“, o “specialist“.

Poi compare “leadership“, che detto tra noi significa tutto e niente.

Poi “strategico“, idem con patate – diceva la mia maestra delle elementari -.

Poi “business“, poi “success“, poi “performance“, poi “influencer“.

 

Regola d’oro: mostrare è meglio di dire. Il personal branding risulta tanto più efficace quanto più si mostrano esempi veri del proprio lavoro, che mostrano come sostantivi e aggettivi (il più dei quali rigorosamente in inglese) si siano tradotti in esempi concreti. Una presentazione, un progetto, un articolo, una recensione.

Dichiarare eccellenza e successo professionale non significa niente. 

Meglio lasciare a chi legge la facoltà di decidere quali qualifiche attribuirvi.

Gli slogan, le iperboli, i titoli auto attribuiti, da guru, rendono il CV insignificante.

 

Dopo aver passato varie fasi della mia vita lavorativa, e aver raggiunto una certa età, ho realizzato che l’eccellenza e il successo sono cose intime. Esternarli continuamente, gridarli, esaltarli, e anche invocarli quando non ci sono, è segno di insicurezza e di paura. Un appagamento sperato ma non realizzato.

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