Una mamma ai tempi del Coronavirus

Tre settimane di ferie forzate da Coronavirus che poi sono diventate sette settimane di cassa integrazione in deroga che poi sono diventate OK stai a casa ma lavora per me e io ti chiamo a tutte le ore del giorno e mi raccomando segui anche la scuola dei bambini e la casa ecc. ecc. ecc.

 

Sette settimane piovute dal cielo per stare a casa con i propri figli sono una manna dal cielo, per una mamma con due figli che lavora a tempo pieno. Le circostanze erano insolite, niente da dire, ma noi abbiamo fatto i compiti abbiamo fatto da mangiare abbiamo preparato torte e biscotti e cenette succulente abbiamo pulito giocato studiato scritto disegnato giocato a carte letto favole letto libri passeggiato in incognito per i campi senza incontrare nessuno se non un capriolo delle nutrie e delle lepri e degli uccelli bellissimi dalle ali grandi e uno scoiattolo abbiamo raccolto bruscandoli e cucinato frittate e risotti raccolto fiori fatto ginnastica a corpo libero ascoltato musica suonato la batteria cantato stirato guardato serie TV Netflix più o meno appassionanti visto compagni e maestre attraverso lo schermo del computer fatto la spesa portato la spesa lavorato come se non ci fosse un domani…

Pant pant…

Il mio diario di bordo:

Io a casa sono stata bene. Anzi benissimo. In tuta, con i baffi e le pantofole. Al massimo le scarpe da ginnastica. Perché sto bene con me stessa e sto bene con loro, che sono stati i miei compagni di viaggio ideali in questa avventura surreale e mi hanno sempre, sempre, sempre regalato la loro dose di fiducia quotidiana. Giocare, essere parte dei loro percorsi di scuola a distanza è stato comunque un privilegio, per me che non ci sono mai. Pranzare e cenare insieme. Non avere impegni di sport e riunioni e canto e piscina e tutto ciò che normalmente ci circonda e accompagna le nostre vite “normali” (normali???). Vedere come se la passano in semplicità, serenità, felicità è stato appagante. Hanno insegnato più loro a me che viceversa.

 

Ho avuto un momento, in ogni pranzo e in ogni cena con il TG acceso alle mie spalle, in cui non deglutivo il boccone per la commozione, il disagio, il rammarico, l’impotenza, il dolore, lo smarrimento. Tanta gente si è ammalata, tanta gente se n’è andata, tante testimonianza border line. Troppe.

 

Mi hanno commosso e profondamente colpito i maestri di tennis di mio figlio e le maestre di ginnastica artistica di mia figlia che, in salotto o in giardino, autoriprendendosi con il telefonino, hanno elargito lezioni virtuali ai loro piccolini, di cui sono stati privati in modo repentino e traumatico. I bambini. La loro vita. Mi ha commosso il maestro di batteria che continua a “fare il suo” ogni settimana via Skype e che per un periodo ha mandato tre brani al giorno da ascoltare. Perché i bambini conoscano, apprezzino, sperimentino. Vivano!!! Chapeau.

 

E no, non ho fatto fare ai miei figli nessuno stupido cartello o disegno “Andrà tutto bene”, né ho messo alcun lumino sul balcone, né ho seguito altre insulse catene di Sant’Antonio. Perché non ci ho mai intimamente creduto. Perché bisogna lasciar decantare il lutto e il dolore. Ci vuole rispetto per chi ha sofferto. Non si può passare dal cimitero o dall’ospedale al calcio o al lavoro o alle feste in un giorno. Non cambia nulla se aspettiamo, se restiamo di più in silenzio. La gente deve essere pronta a gioire. Di nuovo. Perché non è andata bene, non sta andando bene, e non andrà bene per molto tempo a venire.

 

E poi basta con queste assurde frasi su “come saremo migliori” e come cambieremo il nostro modo di essere e di relazionarci e del “volemose bene” a tutti i costi. E’ una pandemia, non una magia. Tutto resterà come è sempre stato: miseria e nobiltà, padroni e schiavi. In senso sia intellettuale che economico.

 

E infine … ho sofferto, pensando a quello che avrei trovato al rientro in ufficio. Per una cosa che è stata scritta (non detta). Per il modo. Quindi, risultato, è caduta una gamba dello sgabello, del treppiede dove sedevamo felici e complici. Amareggiata, delusa, allucinata del mezzo che è stato scelto per parlare.

 

Mi sa che non avevo capito proprio niente. Come del Coronavirus.

 

E infine infine…ho imparato ad usare come il pane “comprovate” e “indifferibili”. Le parole del Coronavirus.

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