In azienda siamo in tanti: o si decide di essere gentili, o non si sopravvive.
Chi è gentile è più felice.
La gentilezza è un obbligo.
La gentilezza è facile quando siamo sereni, ma quando il gioco si fa duro?
E poi gentili si nasce o si diventa?
Forse non si nasce gentili: la gentilezza si impara, e si sceglie.
La convivenza coatta infatti è uno sport per duri. Piano piano subentra la sofferenza, la fatica, l’arrancare.
Essere gentili non vuol dire accettare: vuol dire accogliere. Un atto politico, a cui bisogna credere.
La convivenza forzata in azienda ci mette a nudo, pigia le nostre esigenze e i nostri piccoli difetti quotidiani e li fa cozzare con quelli degli altri: così, dopo un primo piacevole idillio, essere gentili significa, concretamente, scendere a compromessi con le esigenze e le abitudini di tante persone in carne e ossa, tante teste, tanti pensieri detti e non detti.
Disaccordi sulle procedure, tu hai mangiato il mio biscotto o il mio frutto, hai sforato sulla pausa, hai lasciato la postazione in disordine, la luce accesa, non hai risposto a quella mail, non mi hai informato su quella scadenza, hai riso troppo con tizio o caio, non è che mi stai prendendo per il culo o parli alle mie spalle?
Anche offrire solo un caffè o accogliere una confidenza è uno dei più comuni gesti di gentilezza che attraversano la nostra quotidianità, a volte dato quasi per scontato.
La gentilezza è un modo per restituire, una forma di gratitudine.
I colleghi alla fine somigliano alla relazione che c’è tra i capi, o tra i capi / il capo e i manager. Come i figli assomigliano alla relazione che c’è tra i genitori.
Non a un genitore specifico: alla RELAZIONE tra di loro. Ne sono profondamente convinta.
Equilibrio o disequilibrio, rispetto o ribrezzo reciproco, mediazione o prevaricazione.
Smentitemi!

