I bambini sono creativi.
Aperti mentalmente, puri.
Non condizionati da pregiudizi o stereotipi.
Qualsiasi cosa per loro è motivo di stupore.
Cercano di imparare sempre, riproducono o imitano ciò che vedono e sentono attraverso una visione originale, senza filtri e sovrastrutture.
Poi, crescendo, tutti noi acquisiamo la consapevolezza delle nostre conoscenze. Ci rendiamo conto di aver
studiato
fatto esperienze
ottenuto diplomi
ottenuto lauree
fatto corsi
ottenuto riconoscimenti, targhe, stipendio XY
e quindi secondo noi sappiamo tutto quello che c’è da sapere.
Questo è uno dei motivi per cui pensiamo che le nostre creazioni siano geniali e che, se non piacciono, non dipende da noi ma dagli altri: non le capiscono. Cazzi loro.
Così l’artista si sente incompreso, il musicista è convinto che alle persone manchi la cultura per apprezzarlo e il marketer, pur ritenendo di avere il prodotto migliore e la pubblicità migliore, non vende.
La mia creatività non potrà mai sprigionarsi se lascio che l’ego ostacoli ciò che conta davvero: un’onesta connessione con il mondo.
Ogni volta che l’ego prende il sopravvento, la creatività si ammala.
Tutti sanno qualcosa che io non so.
Quando imparo da ogni persona che incontro, divento unico e inarrestabile.
Ogni persona: dalla signora delle pulizie all’impiegato delle poste al cliente che fa lo scorbutico al professore universitario.
Ogni singola esperienza personale che vivo mi arricchisce.
Ogni domanda che faccio e ogni risposta che ricevo sono porte che si aprono.
Ogni contatto umano mi offre l’opportunità di rivedere le mie idee e di migliorarle.
Non mi piace e non mi è mai piaciuto chi sale in cattedra, ma apprezzo chi si mette idealmente nell’ultimo banco. E ascolta, e studia, e comprende il contesto, e crea connessioni autentiche, e vive in un ambiente di reciprocità.

