Il mestiere del futuro

Il mestiere del futuro

Il mestiere del futuro non è certo l’impiegato di banca, uno dei lavori più ambiti e richiesti fino a 15-20 anni fa, in questo momento quasi dimenticato. Una specie di reietto. Un mestiere del passato.

Viviamo in tempi strani. Interessanti, però, in continuo e veloce cambiamento, pieni di grandi minacce e di grandissime opportunità. I trend cambiano ogni mese e gli scenari ogni anno. Questo vale anche per il mondo del lavoro. Secondo il World Economic Forum, il 65% dei bambini che oggi vanno a scuola svolgeranno un lavoro che ancora non esiste.

E si sprecano gli articoli e i consigli degli “esperti” che vogliono indicarci quale sarà il mestiere del futuro, e quindi gli studi da intraprendere per andare a fare quello che il mercato del lavoro richiede.

Questa posizione è figlia di un’ideologia che conferisce un insuperabile primato al mercato rispetto al lavoro, e che nasce forse con le fabbriche dell’800. Ma oggi ha poco senso.

Perché?

  1. Perché misurare l’utilità di un corso di studi o di una figura professionale in base a quanto viene chiesto dal mercato del lavoro è assurdo e controproducente. Non è QUELLO che studiamo, ma il COME lo studiamo a fare la differenza. 
  2. Perché le esigenze delle aziende non coincidono perfettamente e in ogni istante con quelle di un paese e di una società. C’è il settore pubblico, e ci sono le piccole e micro imprese, il 95% del mercato del lavoro italiano, che spesso vanno a infilarsi nelle nicchie.
  3. Perché non è vero che le discipline tecniche e scientifiche comportano una condizione lavorativa migliore nel lungo periodo rispetto alle discipline umanistiche. In Italia l’85% dei laureati in scienze umane e sociali si colloca, dato solo leggermente inferiore alla sfera tecnico-scientifica (91%). In più, gli studenti in materie umanistiche sono più propensi a lavorare durante gli anni di studio, e quindi a fare quelle esperienze di “competenze trasversali”, “intelligenza sociale”, “ragionamento laterale” che tanto sono necessarie al giorno d’oggi. Ne risulta non di rado il paradosso per cui molte volte i dirigenti hanno l'”inutile” laurea in filosofia, lettere o altro, mentre i loro dipendenti hanno gli “indispensabili” titoli tecnici di informatica o meccatronica. Per esempio.

Sostenere che le persone debbano studiare e poi fare quello che il mercato del lavoro vuole significa creare una marea di disoccupati, o di lavoratori infelici, che a lungo termine non sapranno aggiornarsi, creare valore aggiunto e rimanere impiegabili. Spingere le persone a omogeneizzarsi nel percorso di studi e nello sviluppo di competenze significa impoverire la società e renderla sempre meno in grado di rispondere alle complessità di oggi.

Tutti siamo d’accordo nell’affermare che il lavoro a vita ormai non esiste più, e che in un’unica vita lavorativa sarà sempre più necessario continuare a informarsi e imparare, per gestire situazioni impreviste e complesse.

Se c’è una speranza per riuscire a far fare a una persona tutto questo, è quella di fargli studiare ciò per cui è motivata, per cui sente una spinta profonda, non certo quella di trovare un buon lavoro e un ottimo stipendio.

La passione, una qualsiasi passione, ci rende persone migliori? Penso proprio di sì. Insomma, il mestiere del futuro è autogestirsi e decidere secondo la propria coscienza. 

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