Tutti parlano di gentilezza, molti la confondono con la generosità, le buone maniere e quel sentimento straordinario che serve da motore per cambiare il mondo.
Molti pensano di usarla come strategia: e sbagliano.
La gentilezza è l’attitudine di anteporre il benessere altrui al proprio. Rivoluzione copernicana, se si pensa che lo stile di conduzione manageriale in quasi tutte le aziende di ieri, oggi e, mi taglio le mani, anche di domani si è principalmente basato sulla paura.
La paura uccide la vera gentilezza.
Anni e anni di management del terrore hanno causato una mutazione genetica nella gentilezza trasformandola in un’altra cosa.
Eh si, se la vera gentilezza va diritta al cuore, il leccaculismo va dritto al…. Ops!
Quello che si vede di solito in una media azienda è:
accondiscendenza, falsi complimenti, finta approvazione, servilismo accompagnati da sfrenato pettegolezzo alla macchinetta del caffè. Anche non richiesto! E, soprattutto, predico una cosa e ne faccio un’altra.
Come si fa ad essere gentili se abbiamo paura del giudizio altrui, se soffochiamo la nostra natura per essere approvati e falsamente amati? Se ad alcune persone possiamo rivolgerci e altre non gradite ci sono interdette?
L’imbroglio salverà il mondo? No, ma la poltrona e il posto sì.

