Il lavoro disimpegnato si sta diffondendo, ne parlano ormai tutti, in modo sensazionalistico ovviamente.
In che cosa si traduce un lavoro disimpegnato?
- Infelicità
- Insoddisfazione
- Apatia
- Giovani che lasciano il posto fisso dopo poco tempo
- Migrazione all’estero dei cervelli
- Deprofessionalizzazione (cioè in Italia un laureato su 3 svolge un lavoro in cui non applica affatto, o solo in parte, le competenze acquisite durante gli studi)
- Culture aziendali ancora basate più su rapporti di letto, simpatia, amicizia e parentela che sul merito
- Un paese pieno di talenti senza carriere e di carriere senza talenti
Ma perché questo disamore? Troppe persone si devono accontentare di guadagnare da vivere facendo cose che non avrebbero scelto se non perché spinte dal bisogno.
Poi c’è la frustrazione di essere pagate troppo poco. Questo porta a non amare quello che si fa, perché si ha la sensazione di essere sfruttati e perché si accetta quel posto soltanto perché non se n’è trovato uno migliore. Quando, pur lavorando a tempo pieno, non si è in grado di uscire di casa, di concedersi un extra o di farsi una famiglia, allora è difficile riuscire ad apprezzare la propria occupazione.
Infine c’è questa imperante cultura del successo che ha cancellato dignità e importanza di molte professioni che sono invece fondamentali per la società. Penso al rispetto che si aveva verso gli insegnanti, alla riconoscenza e al riguardo che la società portava loro.
Se guardo a come vengono trattati oggi sia dallo Stato sia da molti genitori, allora non posso biasimarli se si disinnamorano di quello che fanno.
Per questo considero eroici e d’esempio tutti quei maestri e quei professori che, nonostante stipendio e frustrazioni, continuano a dare il massimo e a vivere il lavoro come una missione.
Perché l’insegnante è il più importante dei lavori: senza di esso non esisterebbero tutti gli altri.
In generale vedo però vacillare l’etica del lavoro e delle cose ben fatte che dovrebbe esistere al di là degli stipendi e delle carriere e che regala molta dignità a chi la possiede. Assenze prolungate, spesso ingiustificate, lavoro non lavoro in orario d’ufficio, nessuno si fida di nessuno, mi faccio dare malattia dal medico compiacente appena ho un po’ di raffreddore, chiedo permessi continuamente invece di cercare di concentrare tutto in un unico permesso o nel weekend, faccio tutti i calcoli e i ragionamenti possibili immaginabili per cercare di stare a casa stipendiato.
In un clima di disinteresse perenne.
Mah…sono proprio vecchia…di una generazione fa…

