Il linguaggio come lo conosciamo oggi si è evoluto in una serie di modi imprevedibili nel corso di millenni ed è normale che l’influenza di altri popoli, lingue e culture porti alla nascita di nuove parole o espressioni.
Gli stessi emoji, che le piattaforme di messaggistica istantanea hanno creato, sembrano ormai aver sostituito diverse espressioni verbali.
A proposito, mi candido come creatrice di emoji (ce ne sono tantissime che mancano, e che servono! Per esempio il sospiro di sollievo)
Ci sono, però, espressioni che io come italiana faccio fatica a digerire, una serie di anglicismi – o presunti tali – che spero di sentire sempre meno, perché ritengo certe espressioni molto fastidiose. Bookare, anziché prenotare? Mamma mia.
L’inglese dappertutto e in ogni salsa non è sempre cosa buona e giusta.
Nelle comunicazioni aziendali certi modi di dire sono inappropriati e ritengo che abbiano reso la comunicazione in ufficio più degradata/eccessivamente informale/fintamente forbita. Per dare, come sempre, un bel contorno di carta dorata a un mucchiettino di merda.
La mia personale classifica (ero partita da “top ten” ma poi mi sono autocensurata, anche perché nel frattempo altro che 10 parole!):
Headquarter
Fare una call
Asap
Positioning
Brainstorming
Loggarsi
Briefing
Location
Know how
Full immersion
Question Time
Inside Sales
Less is more
Gap
Competitor
Trendy
Bypassare
Job on call
Tutor
Outsourcing
Performance
Customer care
Customer satisfaction
Feedback
Team Leader
Area Manager
Lockdown e Green Pass vogliamo parlarne???
Election Day
Question Time
Il premier e la sua leadership
Il canale consumer del retail
Utility
Inbound
Extension
Ci sono i media, cioè televisioni e giornali, che fanno la loro buona parte: siamo talmente assuefatti che neanche ci facciamo più caso.
Poi c’è il gergo delle aziende, che spesso nasconde il vuoto delle idee dietro espressioni ampollose.
Poi ci sono i gerghi tecnici: informatica, musica, motori, benessere, pubblica amministrazione sono proprio succubi dell’inglese. Inglese dappertutto!
Termini di cui esiste già un perfetto equivalente o corrispettivo in italiano, o si potrebbe facilmente trovare, ma che vengono impiegati per snobismo, pigrizia o ignoranza, nella convinzione che la lingua inglese sia di per sé più autorevole o espressiva.
Con il rischio che, nel lungo periodo, il lessico, la grammatica e la sintassi della nostra lingua vengano irrimediabilmente compromesse.
Se un eccesso di conservatorismo può ingessare una lingua, l’attuale liberismo sfrenato la sta snaturando.
In Francia (dove dicono ordinateur al posto di computer e courriel al posto di e-mail) la tutela della lingua è affidata a organismi governativi, che ne sorvegliano il buon uso nel settore pubblico e privato; in Spagna esiste l’Accademia della lingua, che periodicamente redige il vocabolario ufficiale.
Da noi?
Il nulla.
L’identità di un Paese è data non solo dal territorio abitato, ma soprattutto dalla sua cultura, che si esprime attraverso un linguaggio specifico.
Così facendo l’italiano non si sta internazionalizzando, ma diviene ancora più provinciale.
Siamo stati abituati a pensare che comunicare in modo ultra tecnico, forbito e con inglesismi buttati a caso sia “professionale”.
Ma il principio per cui si comunica è sempre uno: farsi capire.
Il problema della comunicazione oggi è che è diventata egoista, utilizzata più per dar valore a chi sta parlando piuttosto che allo scambio vero.

