Sono le cose che facciamo nel presente e il modo in cui le facciamo che parlano di noi stessi, della nostra visione del mondo, del tipo di persone che vogliamo essere.
E solamente le cose che facciamo oggi, quello che costruiamo nel presente, ci rendono ciò che siamo.
Molti si sono abituati troppo all’idea di raccontare quello che faranno, a riempire le cronache di progetti e storie futuristiche, dimenticando spesso che il futuro da chiacchiera diventerà fatto solo e soltanto in coerenza con quello che oggi è accaduto.
Abbiamo preso il vezzo di parlare troppo del futuro tralasciando la realizzazione del presente. Anzi, bloccandolo in un fermo immagine che ci descrive senza qualificarci.
Oggi, senza l’idea di domani, è una story di pochi secondi che dura lo spazio di 24 ore: è come se guardassimo un film nei frame di un album fotografico.
Semplicemente non avrebbe senso, non darebbe giustizia ai princìpi di causa ed effetto.
Diffido di chi parla troppo al futuro, di solito è fuffa mascherata da marchetta.
Io amo chi fa, chi parla di problemi e soluzioni, chi desidera e soffre, chi si arrabbia, chi si agita, chi disegna e colora, chi sbaglia e lo dice, chi lo fa ora.
Chi ti chiede un parere e lo ascolta pure!
Chi cambia le cose.
E poi queste cose bisogna pur farle e farle bene, perché questo è ciò che definisce la persona e la fa diventare unica.
Il tempo effimero dei social media, dove sembrare è l’unica possibilità per essere, è finito?
Non c’è paese che sia uscito da una crisi lavorando di meno, non c’è futuro che sia stato migliore del presente senza fatica.
Si sente nell’aria molta ambizione, molte chiacchiere berbeniste con scarsa disponibilità al sacrificio e ad ascoltare le cragne che ognuno di noi ha.
Che stanchezza…

