Ambiente di lavoro

L’ambiente di lavoro e lo straining

Per le sue caratteristiche e per la natura stessa degli interessi che coinvolge, l’ambiente di lavoro è un luogo dove facilmente si registrano danni alla salute: 

  • isolamento 
  • prevaricazione 
  • ricatto
  • stress
  • mortificazione
  • emarginazione
  • ansia
  • dolore
  • sofferenza 
  • umiliazione
  • maldicenze 
  • lesione dell’equilibrio psico-fisico
  • gelosia
  • invidia
  • pressione
  • ostilità 
  • diffamazione
  • persecuzione psicologica

In Italia si calcola (sicuramente per difetto) che, su oltre 21 milioni di occupati, oltre 1 milione abbia subito almeno straining.

Un mobbing più leggero, da aspirina. Qui manca la continuità delle azioni vessatorie, che sono invece limitate nel numero e distanziate nel tempo. Ma la gran parte delle domande di risarcimento viene troppo spesso e troppo facilmente respinta. Pare per una questione di oneri probatori: il lavoratore ha l’onere di fornire molte prove che non ha fornito. Cioè almeno 6 mesi di comportamenti di carattere persecutorio, almeno 1 azione vessatoria a settimana, l’intento di vessare la vittima e costringerla alle dimissioni.

E’ davvero complicato? E’ davvero molto complicato. O meglio: quasi impossibile.

O forse: dovevo crederci di più. E trovare una persona che ci credesse di più. Almeno quanto me.

Datore di lavoro e lavoratore non sono forse legati da un contratto in base al quale ciascuna delle due parti deve rendere la propria prestazione in modo giusto, con obbligo di risarcire il danno in caso di inadempimento (art. 1218 Cod. Civ.)? Le misure non riguardano solo la classica prevenzione antinfortunistica, ma la tutela della psiche e della personalità del lavoratore. 

Non bastano buon senso, integrità, correttezza, onestà, risultati, costanza a salvare il lavoratore? No, vi posso assicurare che non bastano. O forse, ripeto, dovevo essere ancora più guerriera. Non mollare. Non accontentarmi.

Il rischio di richieste risarcitorie pretestuose ha sicuramente messo la giurisprudenza sulla difensiva, dando al lavoratore l’onere dell’elemento oggettivo ma anche dell’elemento soggettivo (persecuzione del datore di lavoro).

Insomma, mettersela via non è mai una scelta soddisfacente per la propria coscienza. 

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