Il calo demografico è ormai uno dei problemi più gravi del paese Italia.
L’Istat ha dato consistenza numerica e rilievo mediatico ad un fatto da tempo evidente e ben conosciuto, eppure invisibile alla politica: l’Italia, come e più dell’Europa, è in calo demografico.
Perché la politica, il mondo delle imprese e il mondo del lavoro dovrebbero porsi questo problema?
- Per il loro ruolo di attori sociali, che sentono e assumono su di sé la responsabilità di un tema ormai così urgente.
- Perché c’è il rischio concreto di un indebolimento della capacità produttiva del paese e, di contro, di una pressione ancora più forte sulle finanze pubbliche.
- Perché un serio e responsabile piano di politiche per la famiglia è un tema (e una priorità) di politica economica e industriale.
Primo: serve proprio un cambiamento culturale.
Dopo gli anni nei quali si è coltivata l’idea che l’emancipazione femminile passasse esclusivamente per il lavoro, è tempo che dimensione lavorativa e dimensione familiare, della donna come dell’uomo, trovino un nuovo equilibrio. Fare un figlio solo, e farlo magari a 40 anni, non ci salverà dal calo demografico.
Secondo: deve crescere nel paese la consapevolezza che i figli sono patrimonio dell’intera comunità, e non solo del padre e della madre.
Dovremmo sentire tutti la responsabilità e l’orgoglio di essere padri e madri non solo dei nostri figli, ma anche, idealmente, di una nuova generazione di giovani europei.
Terzo: è inutile tutelare sulla carta dei diritti teorici se poi le aziende continuano ad agire indisturbate, in barba alle leggi.
Ed è altrettanto perfettamente inutile costruire infrastrutture se non ci saranno bambini e ragazzi ad utilizzarle.
Quarto: i modelli di previdenza sociale, assistenza, sanità che abbiamo creato così faticosamente e che sono stati una vera e propria conquista non possono reggere senza una correzione di rotta della curva demografica.
Quinto: io avrei fatto il terzo figlio.
Lo dico apertamente, lo dico a tutti quello che me lo chiedono. Per me le maternità sono state il momento più autenticamente bello, emozionante, coinvolgente di tutta la mia vita. Bellezza, gioventù, novità, scoperta, futuro, speranza, coraggio … tutti concetti legati ai due parti e alla prima infanzia di A. e F. Non mi interesserebbe del dolore, del sacrificio, dello stare a casa, delle notti insonni, delle spese in più.
Ma l’idea di dover riaffrontare quello che ho passato al lavoro, quando il posto e il ruolo di una donna dovrebbero essere i primi PILASTRI ad essere tutelati, mi ha fatto dire: no grazie.
Sappiate che avete perso un cittadino (o una cittadina) in più.
P.S.: quando ho caricato la foto mi si sono inumiditi gli occhi. Non sono i miei bambini, ma potrebbero esserlo benissimo.

