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Che cos’è un blog per me

Ho visto un blog per la prima volta … quanti anni fa?

Sembrava solo un sito un po’ diverso dagli altri: più simpatico, più amichevole.

Con il calendario, con i commenti.

Con gli articoli che facevano ridere a crepapelle o piangere a dirotto, nel giro di poche righe.

Il blog è ancora oggi vivo e vegeto, perché risponde a un bisogno profondo delle persone. E quindi invece di estinguersi ha messo radici profonde. Nel web e nelle nostre vite. Nella mia di sicuro.

All’inizio, come tutti penso, non mi sembrava adatto alla mia natura schiva e riservata.

Fino a 3 anni fa lo avevo usato solo sul piano professionale.

Oggi sorrido, dei miei timori e delle mie ingenuità.

Se chiedessi a 100 persone cos’è un blog, avrei 100 risposte diverse.

Ed è normale che sia così.

E non c’è una risposta giusta e una sbagliata.

 

Per me è un luogo per pensare.

Per parlare con me.

Per chiarirmi le idee.

Per accettare certe cose che nella vita normale non riesco ad accettare.

Per conservare la freschezza del ragionamento o della riflessione appena fatta.

Perché è una palestra insuperabile e un laboratorio personale di scrittura.

Per vivere uno spazio libero.

Per giocare a mescolare argomenti e stili.

Perché è una scuola di titoli e di concetti che si insinuino nel cervello di chi legge e siano un invito alla lettura e alla rilettura in un luogo sempre e comunque affollatissimo.

Perché qui mi è facile dire chi sono.

Per me è un impegno. Un grande impegno. Ma anche un gran bel posto dove lasciarmi andare.

Dove essere fragile, come tutti noi siamo, ma non farmi abbattere.

Perché è la mia prospettiva, il quadro dei miei valori personali e umani.

Perché mi serve per fare ricerca, approfondire, studiare.

Dove posso parlare dei miei fallimenti per renderli fertili.

Per ridere di me stessa, e usare l’ironia come una delle forme più sofisticate di intelligenza.

Per espormi in quello in cui credo. 

Sostenere una causa, nel mio piccolo.

Per scrivere a mano, prima che sulla tastiera.

Lo faccio da sempre, lo faccio sempre.

Penso con la penna in mano. Mi muove di più la pancia. E’ un atto proprio fisico, corporeo, viscerale.

Per non giudicarmi prima ancora di aver scritto.

Per pensare un po’ a me benevolmente.

Per non autocensurarmi. E perdonarmi.

Per allenare il callo della scrittura sul dito medio della mano destra. Ce l’ho dalla prima elementare. Ci tengo molto. Lo tengo bello vivo.

Perché quello che devo dire mi viene a cercare in ogni luogo e in ogni momento.

Al lavoro, mentre dormo, in doccia. Ascoltando una canzone. Guardando una serie TV. Bussa proprio al mio cervello. Quando gli schemi si allentano, creo. 

Perché mi piace stare in silenzio: il silenzio è la pagina bianca, che mi consente di creare parole nuove.

 

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