Disoccupazione

La narrazione sociale della disoccupazione

Non c’è fatto nella vita, più del perdere il lavoro, che faccia provare tutte insieme le emozioni più crudeli: la frustrazione, il lutto, la paura, la solitudine, la rabbia, l’impotenza, l’angoscia. Ma anche la sorpresa, l’incredulità, lo smarrimento, il non essere preparati a tanto. A questo. Si perde un punto fermo nella vita, un modello, un senso, una routine.

Sia per le donne, sia per gli uomini. Con ripercussioni economiche in primis, ma poi anche con tutte le altre: di coppia, di relazione sociale, di gestione familiare.

Se sento al TG che un uomo qualsiasi o una donna qualsiasi si sono suicidati per la perdita del lavoro, piango, piango per ognuno di essi. Perché io sono quell’uomo e quella donna qualsiasi. Loro sono io, siamo noi.

L’identikit del mobbizzato? E’ sempre uno che ha investito molto nel proprio lavoro, gli ha dedicato energia, tempo, risorse, impegno, ha sempre creduto nell’azienda e nei colleghi: soffre tanto perché non è un sottomesso.

Attenzione: lasciare il lavoro è comunque una sconfitta.

Per evitare situazioni di mobbing, il datore di lavoro dovrebbe introdurre strumenti preventivi: stipulazione di accordi, codici di condotta, percorsi formativi. Queste cose esistono in Francia e in Germania, da noi no. Esistono solo i lavoratori singoli che, con le proprie forze, se ne hanno, cercano di far valere i propri diritti. Cornuti e mazziati.

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