Cosa significa essere madri oggi in Italia? Cosa significa essere madri nel ventunesimo secolo?
Considerare la maternità un problema sembra un fatto ovvio e inevitabile.
E finché la vedremo come un problema, si capisce che lo sguardo sulla questione non è ancora né limpido né coraggioso né onesto.
Aiutiamo le famiglie.
Compensiamo i figli.
Supportiamo l’assunzione delle donne.
La maternità mal si concilia con tutto il resto, in particolare con la produttività e con i tempi del mercato e della società.
La maternità è una scelta contro corrente. E’ una scelta punto.
Non va discussa, non va sindacata, non va esaltata come non va PUNITA.
Cristo santo è e resta l’evento che della vita è l’unico vero motore primario.
L’associazione di pensiero automatica che si fa è tra maternità e peso, maternità e malattia, maternità e sacrificio, maternità e fatica, maternità e rischio, maternità e imprevisto, maternità e assenza dal lavoro, maternità e rientro al lavoro.
E’ una frattura, una pausa, una discontinuità temporale.
Perché improvvisamente diventi portatrice di una complessità che complica tutto il resto.
La maternità è davvero un’esperienza fuori misura, e richiede grande coraggio.
Occorre rivestire questa esperienza dei suoi veri valori. Perché avere un figlio è luogo di meraviglia e di forza: invitante per le donne, per gli uomini ma anche per le persone che figli non ne hanno e non ne vogliono avere.
Il sogno collettivo di un futuro, l’espressione generativa della vita.
La vera narrazione dell’essere madre per me è questa:
I miei figli mi salvano ogni giorno. Sono la mia palestra, il mio rifugio, il senso di ciò che faccio.
Mi ricordano che il mondo esiste anche senza di me e al tempo stesso mi fanno sentire responsabile di tutto ciò che avviene nel mondo: non c’è niente che ormai mi sia indifferente. Nel bene e nel male.
Diventando madre ho capito che sono tutti figli miei, e non è delirio di onnipotenza ma senso di responsabilità.
I miei figli sono la ragione per cui scrivo, lavoro, sogno, progetto. Guardo avanti.

