Mobbing nel mondo del giornalismo: oggi ospito un’amica.
Riporto pari pari la sua testimonianza.
“Lo confesso. Sono una freelancer. C’è anche di peggio: sì ho la partita iva. Ordinaria. Il fatto è che se vuoi lavorare te la chiedono come fosse la principale delle tue referenze.
I dipendenti sono oramai una specie in via di estinzione.
E le mie recenti esperienze con le case editrici un totale, immenso, catastrofico disastro.
A me piace scrivere e ci aggiungerei anche purtroppo, perché come disse la mia ahimé defunta suocera, “è un lavoro da puaretti”, o come sostiene il mio attuale compagno (che tuttora non si interessa minimamente per capire in cosa consiste il mio lavoro) è un hobby.
Sì esattamente come pulire la casa, i panni per le casalinghe, e io sono pure questo in versione part time, un hobby.
Ma io quello so fare, scrivo da più di trent’anni, ho pubblicato tanto, in periodici nazionali e pure internazionali (e me ne vanto spesso). Mi hanno sempre pagata ad articolo.
Ed ero io che dovevo cercare lavoro…
Sì ero io che contattavo le case editrici, esibendo un curriculum sempre più ricco, forse anche troppo, con tanto di lingue straniere e competenze. Bello, ma poco redditizio. Devo ammetterlo. Ma, ripeto, io mi sento di dire che eccello in quello e allora perché cercare altro (l’ho fatto e lo sto facendo tuttora e mi tocca ammettere che vivo di quello e assai meno di scrittura).
E continuo a contattarle, come mi è capitato di recente. Due esperienze da scordare, soprattutto la prima che mi ha causato tanti pianti, rabbia, nervosismo e notti insonni.
Possiamo dirlo chiaramente, sto parlando di mobbing allo stato brado.
Felice per il contratto!
Davvero, finalmente mi contatta una ex collega e mi dice che la casa editrice per cui lavora cerca qualcuno che si occupi di trasformare la rivista in chiave web. E cioè che si intenda di web editing e che magari segua pure i social.
Per me è stata la folgorazione sulla via di Damasco (mi piaceva l’esempio biblico, poi ne verranno altri) anche perché avevo appena terminato due corsi sul web editing ed ero finalmente una SEO specialist cioè, in soldoni, una che sapeva come incantare i motori di ricerca in modo che il sito crescesse nel ranking delle ricerche. Devo scriverlo in modo ancora più chiaro? Se uno SEO specialist bravo mette le mani nei contenuti di un sito, è molto probabile che quando cerchi ciò che propone quel sito lo si trovi in maniera più facile rispetto alla concorrenza.
Non è tutto, avevo seguito anche due corsi approfonditi di SMM e cioè Social Media Management che mi hanno aperto un mondo: finalmente so come scrivere i post su Facebook giusto per dirne una e come aumentare i followers in Instagram.
La web agency che mi aveva preceduta
Ok firmano il contratto e inizio a lavorare, sono contenta e ricevo parecchi complimenti. Fico.
Mi dicono che non erano affatto contenti di come lavorava la web agency che mi aveva preceduta, gestivano il sito nella programmazione ma avevano anche le mansioni che ora erano di mia competenza. E va bene. Passano i mesi, arriva un’altra agenzia web a cui l’editore si affida in maniera cieca e assoluta, ma io dovevo stare tranquilla, il mio lavoro non sarebbe stato intaccato.
Suonava più o meno come il “stai serena” renziano (non ho idee politiche di destra o di sinistra ma quello mi è rimasto in mente come una grossa fregatura).
E invece via via il manager di quella agenzia web, inizia a criticare il mio lavoro, scrive post su facebook chiaramente indirizzati a me denigrando ciò che fino a prima aveva avuto un enorme successo. Nella chat che ha voluto con me e l’editore inizia a darmi contro. Fa degli errori lui io glielo faccio notare in privato, ne faccio uno io ne fa una questione di stato nella chat con l’editore.
Qualcosa non funzionava, finché non mi ha tolto l’accesso ai social e al sito, di cui ha iniziato a occuparsi lui, io dovevo passargli i testi che, un po’ alla volta, non gli sono più andati bene.
Stai tranquilla!
Ma l’editore mi continuava a dire di stare tranquilla, finché, invasato, ma sul serio, dal manager dell’agenzia web ha iniziato a darmi della paranoica, dell’isterica, di quella che vede problemi dove non ci sono e, per concludere, dell’incompetente.
E mi lascia a casa dopo pochi mesi, dopo avermi trattata malissimo, al punto che le pezze da piedi erano salite sul trono e io stavo sotto. Il contratto? Bah… Carta straccia.
L’avvocato mi suggerisce di prendere i pochi soldi che mi doveva e chiuderla lì che, altrimenti, poteva pure andare per le lunghe e magari per qualche stupido cavillo… chissà. Insomma non era una via conveniente.
Dopo qualche giorno di assoluto sconforto e di gocce per farmi passare gli spasmi allo stomaco, perché non mi hanno provocato solo danni morali ma anche il fisico ne ha risentito e non poco, ho realizzato che sono stata utilizzata come tappabuchi tra un’agenzia web e l’altra. Tra un innamoramento dell’editore e il successivo, una sorta di cerottino momentaneo.
Non trattava male solo me
In realtà, il tronfio troglodita che si ergeva a espertone del web, manager illuminato, unico depositario degli algoritmi di Google (più di 200 e segreti non li sa nessuno! e li continuano a cambiare proprio per quello) trattava male non solo me ma pure tutti gli altri dipendenti che, in quanto dipendenti con contratto determinato, non osavano aprire bocca e anche quando hanno tentato di tenergli testa sono stati ammoniti dall’editore follemente invaghito di quest’uomo, neanche avvenente e di una maleducazione atroce.
Non posso scrivere qual è stato l’unico simil successo che il personaggio ha avuto nella vita, primo perché lo si deve più alla compagna/moglie che a lui e, secondo, perché è un successo empirico e virtuale, cioè non si riuscirà mai a capire se e quali riscontri ha avuto nella sua vita lavorativa.
Dimenticavo di dirvi che quella che mi ha fatto il contratto è una casa editrice che diffonde periodici in tutta Italia, specializzata in determinati argomenti. Io mi occupavo di uno di questi ed ero ricoperta di competenze. Lui, il genio, invece ne sa poco o niente. Anzi sarei più propensa per il niente.
Dopo la disperazione, la rabbia
Un po’ come accade dopo un tradimento, gli stati d’animo sono quelli. Dolore, disperazione e, infine, rabbia. Parecchia, su cui lavorarci per attenuarla perché, alla fine, fa male solo a te.
Ora l’idillio tra l’editore e il web manager credo continui e a me è rimasta una minuscola campanella portafortuna che mi ha regalato l’ex collega. Chissà che faccia bene il suo dovere”.

